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CONCEDERSI UN HAPPY END

Pubblicato su Clubbing Ottobre 2011.

Esaurita quella stagione fastidiosa e deprimente degli anni ’90, che associava l’essere gay all’essere “malato” (sulla parabola discendente del “positivismo” anni ’80, terrorizzato dall’esplosione dell’AIDS), il cinema di “genere” del nuovo millennio si è finalmente sbarazzato di quel binomio sconfortante, sperimentando, unitamente al progresso delle lotte politiche e culturali nel mondo, trame e personaggi più “sani”, “positivi”, “scaricati” del peso dell’accettazione, facendo spazio così alla costruzione di un immaginario romantico e trasognato.

I tre nuovi film in uscita in Dvd per Queerframe.tv distribuiti in Italia da Atlantide Entertainment, ne sono un ottimo esempio: From Beginning to the End, Plein Sud e Ander appartengono senza dubbio ad un momento di svolta del cinema Queer, proponendo storie di grande freschezza e attualità senza l’incombenza di fantasmi problematici o di “mostri” sociali in agguato, ad eccezion fatta degli espedienti drammaturgici adottati per rendere “accattivante” la narrazione.

L’amore tra i due atletici fratelli brasiliani in From Beginning to the End (di Aluizio Abranches, Brasile, 2009) smonta addirittura un secolare tabù “normalizzando” una relazione incestuosa in un idilliaco menage fra innamorati, sostenuti da un conciliante ambiente familiare predisposto al dialogo e alla comprensione. Non c’è ombra di conflitto, disatteso il dramma, annullata la tragedia classica, di ricordo “edipico”: i due ragazzi sono liberi di amarsi a dispetto delle convenzioni sociali e delle restrizioni morali.

Chi immagina la vita rurale in fattoria come lontana dalle dinamiche della modernità, si ricrederà guardando Ander, il film di Roberto Castòn (Spagna, 2009) vincitore del MIX Festival Internazionale di Cinema Gay Lesbico di Milano nell’edizione del 2010. Ander è un burbero quarantenne tutto casa e lavoro nei campi, ancora sotto l’egemonia materna, la cui vita scorre lenta nell’isolamento delle campagne basche. Fino a quando un elemento “esterno”, “straniero”, “altro”, il giovane peruviano Josè assunto per aiutare Ander infortunatosi sul lavoro, viene a rompere gli equilibri emotivi tenuti dall’uomo quotidianamente sotto pressione dal machismo contadino.

Infine, Plein Sud/Andando a Sud (di Sébastien Lifshitz, Francia, 2009), il road movie sognato da tutti, almeno una volta nella vita: zaino in spalla e via, in autostop, liberi, senza meta e impedimenti, proprio come fa Mathieu, giovane sognatore, con sua sorella Lea, ragazza di straordinaria femminilità. Sarà l’attraente e misterioso Sam, sulle tracce di sua madre e ossessionato da traumi infantili, a dare loro un passaggio, lasciandosi travolgere dalla vitalità dei due fratelli e cedendo infine al serrato corteggiamento di Mathieu, in una delle scene d’amore più memorabili dell’immaginario gay: il mare, la sabbia, il fuoco, la notte, i giochi in spiaggia e l’uomo dei propri sogni, caduto finalmente nelle nostre braccia.

Il cinema Queer internazionale, ora libero dalle zavorre necessarie alla rivendicazione e al riconoscimento, dall’oscurantismo sociale e dalle paranoie “virali”, ha cominciato da un decennio ad arricchire il proprio bagaglio di immagini e contenuti con storie d’inclusione e integrazione nel tessuto collettivo, di pari opportunità, “normalità” ed evasione, alla stessa stregua dell’ “etero-racconto”, dando vita a modelli di comportamento esemplari, eroi da cui prendere coraggio, miti a cui riferirsi, e ‘lieto fine’ con cui addormentarsi la sera.

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Pubblicato su LUI Magazine nr. Ottobre 2011 e su queerframe.tv news del 07/10/2011

DEPOTENZIARE UN TABU’

From Beginning to End   96′  (Brasile, 2009) regia di Aluizio Abranches

Quando il film è stato presentato in Italia al MIX – Festival del Cinema Gay Lesbico di Milano – nella sua 24° edizione del 2010, la storia incestuosa dei due fratelli brasiliani, suscitò grande attesa poiché in odore di scandalo. La sala era gremita e la tensione molto alta, se si guarda al nostro paese con una spinta ancora molto conservatrice su temi di inferiore problematicità.

Ed invece la relazione sentimentale fra Thomas e Francisco, nel proprio nido domestico pieno d’amore e comprensione, al contrario, diffuse nell’aria un’atmosfera distesa e rilassata, imprimendo cuoricini negli occhi di tutti. Un grande consenso di pubblico e l’esplosione di due nuovi sex symbol, i bellissimi ed atletici attori Rafael Cardoso e João Gabriel Vasconcellos, destinati a diventare gli idoli dei sogni romantici di molti gay italiani.

Onestamente, al termine della proiezione, ero alquanto perplesso e non riuscivo proprio a capire dove stesse il problema, dove lo scandalo, dove il dramma e, a dispetto dell’entusiasmo generale, trovai il film quasi irritante nella profusione di tanta armonia e bellezza.

Per molti film ho una forma di rispetto e di cautela di giudizio, credendo di non avere sufficienti chiavi di lettura per arrivare alle intenzioni dell’autore. Mi do del tempo. Mi è servita una pausa dai miei conflitti interiori, rivedere il film una seconda volta ed un’improvvisa illuminazione, per rivalutare interamente ciò che preventivamente avevo creduto un’operazione “estetica” un po’ compiacente.

Nella mia nuova rivelazione, From Beginning to the End, mi risuonava ora addirittura “sconvolgente” nella sua “serafica” assenza di conflitto, per una storia che la mia aspettativa in partenza aveva costruito come “tragica”, ribaltando completamente un mio pregiudizio.

Francisco, figlio del primo matrimonio di Julieta, medico a Rio de Janeiro, assiste alla nascita del suo fratellino Thomas, figlio del secondo matrimonio con Alex, e decide di prendersene cura “per sempre”. I due crescono in un ambiente familiare permissivo, conciliante e idilliaco, circondati dal benessere e dall’affetto, intensificando nel tempo l’amore dell’uno verso l’altro fino a tradurlo in età adulta nel coinvolgimento fisico e passionale.

Ricordo da bambino, che all’età di sette anni, una zia aprendo bruscamente la porta, sorprese due miei cuginetti darsi un bacetto nel bagno: apriti cielo! Scoppiò una tragedia familiare. Scoppiarono pianti e disperazione; urlarono e litigarono le rispettive mamme, che non senza strattoni, pretendevano di risalire a chi, tra i due bambini, avesse fatto la prima mossa per meglio infliggere il dito della colpa e scagionare dalla vergogna il proprio pargolo. I miei due cuginetti, piansero anche loro, senza capire, non si guardavano più, vennero separati e in ogni circostanza in cui inevitabilmente in famiglia ci si doveva incontrare, venivano tenuti sotto controllo e a distanza di sicurezza. Quell’episodio condizionò per sempre il loro rapporto e fino ad oggi, sposati e con figli, un muro di silenzio, massiccio e invisibile, li separa e, nonostante il legame parentale, li rende sconosciuti l’un l’altro. Non si parlò mai più di quel gesto d’infantile intimità. Venne sotterrato da un’onta oscura di indecenza e l’amore spontaneo, sperimentale e innocente dei bambini bandito dalle loro vite e macchiato della mente perversa degli adulti.

Nel film, Julieta si accorge dell’eccessiva “vicinanza” dei due fratellini, li osserva, s’intenerisce, se ne preoccupa, poiché in cuor suo sa che il mondo va sfidato con le unghie, ma non interviene in maniera repressiva; all’ex marito confida che ai due bambini “non possono dirgli che è una cosa brutta” perché è brutta per gli adulti, ma per loro che lo vivono, è l’amore puro, smaliziato, incondizionato.

Così Thomas e Francisco crescono belli e forti, solidi nella natura della propria affettività, inoppugnabile dall’esterno, alle prese con le scaramucce e le gelosie di una qualunque coppia di amanti. Che siano fratelli ormai l’abbiamo dimenticato, passa quasi in secondo piano. Ed è in questo che il film di Aluizio Abranches, in un’ottica ribaltata, è sconvolgente: nell’avvallare, con serena predisposizione, che nelle relazioni amorose, in quanto tali, non c’è ombra di “sconcio” se non nella mente di chi giudica, di chi punta il dito, di chi quell’abiezione con i propri occhi vede.

Cosa sarebbe accaduto ai miei cugini se alla vista di quel bacio si fosse reagito con un sorriso o una carezza d’approvazione? Come evolverebbe una civiltà se, invece di inorridirsi davanti ad una delle tante manifestazioni dell’amore, si scandalizzasse per le degenerazioni dell’odio, dell’intolleranza, della violenza? Quale pace si libererebbe nel mondo se al divieto, alla paura, al castigo si sostituissero l’accondiscendenza, la gentilezza, il rispetto per gli esseri umani?

Ecco, From Beginning to the End, prossimamente in uscita il Dvd distribuito in Italia da Atlantide Entertainment per QueerFrame.tv, è un film sorprendentemente propositivo, che all’aspettativa del dramma e del conflitto mette in scena, non anche il processo di trasformazione di un tabù, ma il cambiamento stesso, già avvenuto, sostituendo, proprio dall’inizio alla fine, ad un mondo di brutture, uno spiazzante stato di grazia.

Aspetti Queer del cinema di Gaël Morel

Una chiave di lettura del giovane regista e attore francese 

Pubblicato su CinemaGay.it il 25/07/2011

Bisogna ribadire una volta per tutte che “Queer” non significa “gay”. L’intera comunità LGBT può tuttavia essere contenuta nell’ampio ombrello che il termine queer copre, senza per questo possederne l’intera gamma di sfumature. Ancor più si potrebbe oggi dire che alcuni gay normo-integrati socialmente, queer non lo siano per niente.

Strano, insolito, trasversale, sfuggevole rispetto alle categorie conosciute, anticonvenzionale rispetto a identità di genere confezionate, dall’orientamento sessuale inclassificabile, chi rifiuta con forza ogni forma di etichettatura, chi non si riconosce nelle definizioni tradizionali comunemente accettate. Tutto questo è Queer, un concetto inclusivo più che esclusivo. Ciò vale a dire che include anche comportamenti eterosessuali non contemplati nell’“etero-normatività” proprio come gli studi sulle Teorie Queer  fin dagli anni ’70 vanno disquisendo. Bizzarri, sopra le righe, “soggetti eccentrici”, senza schemi, scevri da qualsiasi freno inibitorio, non condizionati da alcun parametro dominante. Allora, liberi (forse?) di vivere pienamente il proprio essere, unico e diverso, al di sopra di ogni condizionamento sociale.

  

È dentro questa chiave di lettura che vanno letti i film di Gaël Morel: A toute vitesse (del 1996) e Après Lui (del 2007), distribuiti in Italia da Atlantide Entertainment, tramite il portale www.queerframe.tv.

Affascinante attore/regista/sceneggiatore non ancora quarantenne, Gaël Morel fa di se stesso un personaggio queer, sebbene ben lontano dal gossip. Appena ventiduenne impersona François Forestier ne L’età acerba di André Techiné (1994), il bellissimo primo della classe turbato dalla scoperta delle proprie inclinazioni omosessuali, che gli vale la candidatura al Premio César come migliore promessa maschile nel 1995. Per poi passare già nel 1996 alla regia (avendo per questo studiato tra Lione e Parigi dall’età di 15 anni), dirigendo A toute vitesse – A tutta velocità con l’energica Élodie Bouchez e l’ex giocatore di rugby Stéphane Rideau, entrambi conosciuti sul set di Techiné. A tutta velocità è l’intreccio delle relazioni di quattro giovani “erranti” ai margini della città, impegnati a vivere intensamente la propria età. E, proprio come in velocità, il godimento non è scisso dal rischio, soprattutto quando la coscienza dell’adulto non ne ha ancora definito i confini.

Samir, Jimmy, Quentin e Julì sono legati da delicatissimi rapporti d’amore e d’amicizia, compromessi da un’aria sinistra che aleggia sui loro destini, e da un erotismo epidermico che trasuda dai loro corpi “sanguigni”.  Già dall’inizio, quando Samir suggella col sangue il suo amore per Rick e subito dopo assiste agghiacciato al suo massacro per mano di un gruppo di omofobi. Ed è sempre per un atto di violenza discriminatoria che sopperirà Jimmy, protagonista di origini algerine del romanzo di Quentin nonché suo amico d’infanzia. Il giovane scrittore si troverà in difficoltà a gestire la fama e le relazioni affettive su cui ha incentrato le sue storie di emarginazione etnica alla periferia di Lione. L’ambivalenza di Quentin tra vita e carriera, le sue poco chiare intenzioni e il suo opportunismo intellettuale faranno illudere Samir, che in lui si rifugia per allontanare il ricordo di Rick e allontaneranno Julì, la sua passionale ragazza, che sentendosi trascurata rivolgerà le sue attenzioni su Jimmy, per la prima volta innamorato. Un potente mix di emozioni sul filo del rasoio, sulla cui freschezza e slancio corre insidiosa l’ombra del pericolo. Prima prova registica e già selezione ufficiale nella Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 1996, partecipazione straordinaria al San Francisco International Lesbian and Gay Film Festival del 1997 e solo quest’anno la distribuzione italiana su Queerframe.tv unitamente ad Après Lui – Dopo di lui il più recente film di Gaël Morel del 2007.

Qui, lo scarto fra il tema dell’età inquieta e la maturità s’incarna nel ruolo monumentale di Catherine Deneuve, Camille, bella e benestante 50enne separata, affranta dalla morte improvvisa del figlio adolescente (Adrien Jolivet), al cospetto del giovane Thomas Dumerchez, Franck, l’amico intimo di Mathieu e responsabile dell’incidente. La donna manifesterà un morboso attaccamento al giovane superstite quale custode ultimo dell’universo del figlio perduto, al limite tra la follia e la ragione. Grazie alla vicinanza con Franck affioreranno aspetti sconosciuti di Mathieu che la madre ignorava, densi di tenerezza e dolcezza, che alimenteranno l’ossessione della donna verso il ragazzo, spingendola a gesti azzardati fino ad oltrepassare la soglia del “consentito”, solo alluso nel finale. Camille vola a Lisbona per inseguire Franck, tenuto a distanza dai genitori. Sa di trovarlo nella pensione dove il giovane ha condiviso una vacanza con suo figlio. Entra, lui dorme nudo sul letto. Lei gli siede a fianco e, contemplando la sua bellezza, lentamente si scioglie i capelli….

  

Nel suo cinema, Gaël Morel non manifesta una preferenzialità di sorta o un’appartenenza precisa a questo o a quell’orientamento di genere: le relazioni che sottendono i personaggi vanno oltre le categorie di riferimento note, anzi, per di più mettono in pratica il loro superamento. Uomini che si baciano appassionatamente per manifestare disarmati l’affetto che li unisce; maschi bulli e duri che si librano in danze narcisistiche e liberatorie compiacenti dei propri muscoli, mentre molli cedono all’amore; amici che si truccano e travestono con disinvoltura per vivere occasionalmente le follie della notte; donne mature che diventano compagne di trasgressioni con adolescenti ribelli, rispolverando la propria giovinezza e il proprio sopito linguaggio del corpo. In questo ricco repertorio omosessualità, bisessualità, transessualità, eterosessualità non sono definizioni nette e squadrate ma, nella variegata sfaccettatura dell’umana diversità, soltanto una, fra le tante, possibili eventualità.

Lagerfeld Confidential di Rodolphe Marconi, Francia, 2007_Distribuzione italiana: Atlantide Entertainment per Queerframe.tv

Recensione a cura di Miki Gorizia_ pubblicata su LUI Magazine  N° Luglio 2011.

“Se pisci ovunque non hai la classe di Chanel” è il monito affisso nella toilette di una delle tante dimore di Karl Lagerfeld, che è la sintesi figurata dell’operazione documentaria che Rodolphe Marconi dedica alla personalità irresistibile e trascinante dello stilista tedesco: una complice intrusione nella sua vita privata e al col tempo nei suoi ambienti di lavoro presso la maison Chanel rilanciata da Lagerfeld sin dal 1982, “preistoria” come lui stesso ricorda.

Il docu-film Lagerfeld Confidential (89 min. del 2007 e distribuzione italiana per Atlantide Entertainment attraverso il canale web queerframe.tv) alterna conversazioni confidenziali centrate sulla personalità del designer, sulla sua visione della vita e della moda, a momenti del suo lavoro, per il quale sempre mostra infaticabile dedizione, a schegge del suo passato, raccontato attraverso le fotografie e i filmati del suo archivio personale. Anche se, “Il passato è cosa passata”, tiene a precisare il maestro, mostrando un’incredibile tensione verso il futuro, l’ottimismo, la versatilità e la trasformazione, rifuggendo da qualsiasi revisione analitica delle sue esperienze professionali e di vita e da qualsiasi tendenza nostalgica per i vecchi tempi, “io sono una strada che continua…” dice con disinvolto savoir fair.

Sempre a modo, sicuro di sé, gentile con i suoi dipendenti, verso cui si rivolge con garbata autorevolezza, di mai spropositato senso dell’humor, Lagerfeld viene per un anno intero seguito dalla telecamera di Marconi che ne intercetta i suoi continui spostamenti per le principali città della moda, a bordo di aerei di linea e privati, con tutti i suoi comfort, la corte di professionisti al seguito, i suoi set di valige, le attrezzature, i doni per le celebrità amiche.

Eppure, nonostante le immagini proiettano in una dimensione evasiva e distante dalla realtà quotidiana, fatta di case e arredi da urlo, jet set e lustrini, abiti da sogno e modelli mozzafiato, il film restituisce in fin dei conti il ritratto di un professionista “serio”, di grande umanità; lavoratore insonne ma solo per piacere; chino sulla sua scrivania felicemente disordinata; misurato e, nonostante le apparenze, senza eccessi; un uomo con il giusto distacco dalle cose, per cui “il possesso è ingombrante”. E ciò, detto fra corridoi di scaffali pieni di libri e opere d’arte accatastate, dentro ambienti maestosi stuccati e affrescati e affondando le dita fra contenitori ricolmi di gioielli per velocemente afferrare la combinazione di anelli da rivestirgli le falangi, fa onestamente un certo effetto…

Riconosce, dunque, ripetutamente la sua fortuna Karl Lagerfeld, che adduce, oltre che ad un’educazione tedesca non bigotta e repressiva e alla figura schietta e solida della madre, al suo atteggiamento leggero verso la vita, mai drammatico, alla sua forte determinazione e alle sue idee, che ha sempre avuto il privilegio di sapere come concretizzare.

La moda è il suo habitat naturale, un mondo che lo diverte, ma che con grande lucidità riconosce essere effimero, pericoloso, ingiusto perché non accessibile a tutti. Allo stesso tempo moda “non significa essere star” o “vita mondana” ma un ingranaggio di professionalità disposte alla fatica fisica e a tanta pazienza, di cui Lagerfeld rappresenta esclusivamente l’empireo delle idee.

Rodolphe Marconi prova senza giri di parole a scucire particolari della vita sentimentale e sessuale del guru dell’alta moda francese, ma Lagerfeld, divertito ed evasivo, rimarcando la “desolante crudezza primitiva” della curiosità del regista risponde senza nascondere ciò che sin da bambino è piuttosto palese e senza problematicità alcuna. Una silhouette elegante, impettita, dalla camminata felpata e dal look eccentrico, sempre impeccabile, che non è difficile riconoscere in quel monello in costumino da bagno che, ripreso in 35mm negli anni ’40, impavido del mare mosso, sgambetta sulla spiaggia, rincorrendo le onde.

“108 – Cuchillo de Palo” il docu-film di Renate Costa (Spagna, 2010): premio Buenos Aires Festival Internacional de Cine Indipendente, BAFICI, Miglior Film- Human Rights, Argentina, 2010;  Berlino International Film Festival 2010 sez. Panorama; Festival di Cannes 2010 – ACID, 2010.

Distribuito in Italia da Atlantide Entertainment per Queerframe.tv

“Cuchillo de palo” ovvero il coltello non taglia, e in maniera più estesa “En casa del herrero, cuchillo de palo” – “Nella casa del fabbro, il coltello non taglia”- è l’espressione di lingua spagnola per parafrasare la beffa, il paradosso, la disdetta: proprio nella casa del fabbro, il coltello non taglia! Detto popolare che diventa offesa nell’accezione di inutilità di un utensile che non assolve più alla sua funzione: un coltello che non taglia è inutile ed inutilizzabile quindi da scartare, gettare via. I coltelli che non tagliano sono gli omosessuali, che non assolvono più alla loro funzione di uomini e, secondo un gretto luogo comune,  il coltello che non taglia è, in figura, il pene che non insemina, non prolifica e non procrea. Tali uomini sono inutili, non servono a nulla e vanno messi al bando.

Questa, la tesi criminale e persecutoria su cui durante gli anni ’80, la dittatura paraguayana di Stroessner scatenò  la caccia agli uomini anche solo sospettati di essere omosessuali. Il rastrellamento portò alla redazione di una lista di 108 nomi, dispensata e resa pubblica in tutta la città perchè questi “coltelli che non tagliano”, dopo l’umiliazione di un arresto senza ragione, le torture in prigione e  il rilascio,  fosserro continuamente esposti alla discrimanazione, all’emarginazione e allo scherno da parte di tutti.

Con piglio risoluto e tenace, ma delicato e mai invadente, Renate, indaga sulla misteriosa morte dell’amato zio Rodolfo, un uomo coinvolgente, pieno di vitalità e fascino nei suoi ricordi infantili e così “diverso” dagli altri membri della famiglia, tanto leziosi e inquadrati.

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Dalle testimonianze di parenti,  amici e vicini di casa e dagli archivi di stato, la regista ricostruisce il ritratto di un uomo di grande dignità e coraggio che ha preferito nascondere la sua vita per proteggere i suoi cari ma soprattutto difendere lo spazio della propria intimità, a cui pochi fidati avevano accesso.  Renate restituisce, con il proprio lavoro, visibilità ad un uomo, uno fra i tanti che il regime aveva invece costretto all’invisibilità. Un uomo comune, mai sceso a compromessi, che coltivava aspirazioni artistiche e intellettuali nonostante i condizionamenti ambientali, il controllo sociale e le pressioni familiari a proseguire da generazioni il mestiere del fabbro.

Ed è qui che trova spiegazione il titolo: nella vecchia officina di famiglia, tra arnesi e ferraglie, Renate, attraverso l’ottuso confronto col padre, fratello maggiore di Rodolfo, ricompone, a partire dal legame che le è più prossimo, il quadro di un contesto “arrugginito”, chiuso e ostile alle diversità, poco incline all’ascolto, per troppo tempo spaventato e minacciato da un  sistema di potere autoritario e  repressivo tale da condizionare il pensiero comune e pregiudicare le relazioni affettive.

“108 – Cuchillo de Palo è un buon esempio, sobrio e accurato, di docu-film, nuova frontiera di stile che riscuote grande interesse e riscontro da parte di pubblico e critica. Ancor più, lo sguardo femminile di Renate Costa, discreto ed emozionale,  su una vicenda tutta al maschile, personalizza ulteriormente l’approccio al genere e alla materia, dosando in maniera posata e sapiente, vicenda personale e storia collettiva.

Pubblicato su LUI Mag, num. Marzo 2o11.

Riflessioni sulla coerenza delle posizioni di gay cattolici in Italia

Save me di Robert Cary (USA 2007), distribuito in streaming e download da Atlantide Entertainment per QUEERFRAME.TV

Quando si parla di fenomeni sociali contemporanei si percepisce da un lato una forte tendenza ad un approccio razionale alla realtà, alimentato dal progresso scientifico e tecnologico, e dall’altro ad un grande bisogno di riavvicinamento alla dimensione spirituale dell’essere umano. Su quest’onda i gruppi religiosi hanno di recente registrato una grande fioritura dando spazio a vere e proprie crociate fondamentaliste che, contrariamente ai precetti, ostacolano un’evoluzione intelligente e di convivenza civile fra i popoli.

La chiesa cattolica occupa una posizione di potere nelle società occidentali sia per  l’iniezione di valori morali, sia per la portata del suo impero economico, sia per l’influenza che ha sul percorso formativo di uomini e donne sin da piccoli. Soprattutto noi italiani, non scegliamo di essere cattolici. Lo siamo e basta. Per imposizione, costume, retaggio culturale, pressioni ambientali. Condizionamenti che fanno così profondamente leva sul sentimento della vergogna, della paura e della colpa da pregiudicare il benessere psico-fisico di molte persone. Ma nulla da contestare al messaggio d’amore indiscriminato della parola di Cristo. Venisse soltanto preso alla lettera…!

Save me di Robert Cary (Usa, 2007) ha il merito di riportare d’attualità il dibattito, tanto scomodo in Italia, fra omosessualità e religione cattolica. Senza il timore di affondare le mani in una pastoia complicata per temi e sensibilità, solo un autore  americano poteva affrontarla con tale pragmatica disinvoltura. La storia ha un arco lineare pulito e colpisce nel segno. Le posizioni sono chiare fin dall’inizio. Un  montaggio d’impatto sovrappone mondi di per se inconciliabili: le scene della messa domenicale alternate alle scene di sesso sotto stupefacenti fra Mark, l’irrequieto protagonista del film, e il suo amante di turno. Anche se ci consideriamo distaccati, ognuno di noi ha, direttamente o indirettamente, legami con il mondo cattolico, attraverso genitori, amici, parenti. Mark uscirà devastato dal suo weekend dissoluto e il fratello, che a quella messa partecipava, soccorrendolo da un overdose, lo spedisce in una comunità cristiana che recupera e riabilita gli omosessuali con profondi disagi d’identità.

Aggressivo e scontroso, Mark vuole darsi alla fuga, ma Scott, lì giunto per via del padre di cui si sente causa di morte, lo trattiene. Grazie alla paziente guida di Gayle, la direttrice di polso della comunità, Mark si sforza di ritrovare fiducia in se stesso, nelle genuine relazioni con i propri compagni,  nel piacere delle piccole cose.  E, farcito delle parole di Cristo, ci riuscirà, convincendosi che un’altra chance  è possibile, che l’amore per Dio forse  potrà sostituire l’amore “malsano” per altri uomini, che  servire  il Signore lenirà le sofferenze di essere nati omosessuali.

Il regime repressivo dura fino a quando i metodi coercitivi dell’educatrice, colpevole di non aver in passato accolto il figlio gay poi suicida, si dimostreranno insufficienti a frenare la storia sentimentale fra Mark e Scott,  manifestazione naturale di quell’ amore “divino” contro cui è insensato combattere per poi vivere nell’ipocrisia. I due innamorati, fattisi forza l’un l’altro, abbandoneranno la comunità per progettare una vita insieme e non senza riconoscere la gratitudine verso coloro che hanno permesso il cambiamento.

Il film, raccontato con particolare libertà e leggerezza, nonostante premi e riconoscimenti, non ha, come prevedibile, incontrato nessuna distribuzione in Italia ma, in ritardo di quattro anni rispetto al resto del mondo, vede finalmente questa possibilità grazie ad Atlantide Entertainment che rende disponibile il film in streaming o download su Queerframe.tv.

Save me, tocca la sensibilità di molte persone omosessuali che in Italia si trovano al bivio fra l’essere se stesse e il sentirsi “tradite” dal proprio credo religioso. La chiesa cattolica non ha mai manifestato alcuna apertura nei confronti delle comunità LGBT negando qualsiasi sostegno in merito al riconoscimento della naturalità del proprio orientamento nè tantomeno a sostegno dei diritti civili in società. Un eventuale dialogo  costituisce per le istituzioni clericali rinnegare se stesse, l’interna secolare impostazione, eventualità che è arduo immaginare che avvenga.

Ma ciò che sorprende è che i cittadini omosessuali ancora ricerchino affannosamente il consenso e l’approvazione da parte delle gerarchie ecclesiastiche (la cui stessa condotta, dai recenti fatti dell’attualità,  è sottoponibile al giudizio pubblico e “divino”), per avvalorare  scelte personali e comportamenti. Tanto che essere gay e cattolici sembra essere una contraddizione in termini,  una schizofrenia, dal momento che mette maggiormente in crisi alcuni rapporti: tra la fede personale e l’impianto religioso (del tipo sono cristiano ma la chiesa non mi accetta) fra la teoria e la pratica (per esempio credo nell’insegnamento di Cristo ma non sono praticante, non mi confesso, nè prendo comunione), fra la vita civile e la vita politica (per es. le unioni affettive non riconosciute giuridicamente alla pari a quelle eterosessuali), fra le alte cariche e le comunità (molti si dissociano dal comportamento delle autorità ma credono nell’impegno dei gruppi locali).

Allora mi chiedo, come è possibile avvicinare o separare questi due mondi? Come è possibile aderire ad un credo e non sposarne in toto tutti gli aspetti? Come affidare la propria guida spirituale a personalità religiose che pubblicamente giudicano innaturali le relazioni omosessuali per poi commettere crimini pedo-sessuali all’interno dei propri palazzi? Come riporre fiducia nelle autorità cattoliche quando osteggiano l’estensione dei diritti alle persone omosessuali  per poi appoggiare politicamente governi coinvolti in scandali di degrado culturale e prostituzione minorile? Come? Provate a spiegarlo, almeno a voi stessi, se ci riuscite.

“Rendez-vous” di André Téchiné (Francia, 1985).

Torna in Italia il film premio migliore regia del Festival di Cannes 1985, grazie ad Atlantide Entertainment, per Queerframe.tv

Bisognerebbe fare un bagno di modestia prima di formulare un qualsiasi tipo di giudizio su un film di André Téchiné, classe 1943, professionista del cinema ancor prima di debuttare nella regia sul finire degli anni ’70. Una carriera di spicco guadagnata attraverso l’acquisizione  di una propria cifra stilistica e  di un personalissimo linguaggio cinematografico sia dal punto di vista del culto dell’ immagine:  forma estetica, fotografica e strutturale del racconto; che da quella dell’intensità dei contenuti: l’esplorazione delle umane passioni, le età di trapasso, l’intreccio fra arte ed esistenza, fra realtà, finzione, sogno ed immaginazione, i meccanismi ad incastro delle relazioni. I “rendez-vous” appunto – gli appuntamenti, gli incontri/scontri – in cui fatalmente s’imbattono le persone “maschere” ,  personaggi fortemente caratterizzati da diventare, nelle loro pulsioni, nelle proprie enfasi, nelle tinte “fauves”, l’estremo riflesso della tipologia umana. La pittura, il teatro, la poesia l’arte tutta è abbracciata da un film di Téchiné.

Nina – una giovanissima e già promettente Juliette Binoche – è una ragazza di provincia arrivata a Parigi per “vivere la sua vita” e fare l’attrice vivendo di espedienti e contando sull’aiuto di uomini infatuati dalla sua bellezza e contagiati dalla sua fresca vitalità. E così il bravo Paulòt, il monolitico impiegato dell’agenzia immobiliare – perfetto “sipario” sulla realtà da contrapporre al  “teatro” della vita – ne rimane subito soggiogato quando Nina vi si reca in cerca di una dimora per sfuggire al suo ultimo amante “padrone”. Il giovane si darà anima e corpo alla “servetta” del palcoscenico, s’illuderà del suo affetto fraterno e tirerà fuori gli istinti più violenti , dal suo figurino geometrico, quando Quentin, il suo tenebroso convivente, con magnetica seduzione e gesti tragici si conquisterà le attenzioni di Nina.

Tre sole pedine che Téchiné muove con maestria in un gioco serrato di azioni che si susseguono l’una dietro l’altra con un ritmo concitato  senza distensioni, riempiendo ogni spazio vuoto, particolareggiando anche i ruoli secondari –  l’amministratrice dell’ufficio che “recita” a fare la diva;  l’eccentrico regista magistralmente interpretato da Jean-Louis Trintignant – quasi a  voler dimostrare che a confronto con la vita, il teatro non è che una tragicomica e macchiettistica rappresentazione di cartone, mentre è fuori, oltre la finzione letteraria, che si gioca la partita.  E’ solo vivendo appieno che è possibile recitare. E Nina questo l’ha imparato sulla sua pelle, quando rimasta sola con il diprezzzo di Paulot, l’abbandono del suo mentore e senza più neanche il fantasma di Quentin, deve decidere, lì, sulla “quinta” della sua grande occasione, se recitare per vivere o vivere per recitare.

“YANG YANG” di  Yu-Chieh Cheng (Taiwan, 2009) _ Berlino International Film Festival, Panorama, Germania, 2009_Torino Film Festival, Figure nel Paesaggio, Italia, 2009.

distribuito in Italia da Atlantide Entertainment, in streaming e download su queerframe.tv

“Yang Yang”, titolo composto di due ideogrammi identici, dunque doppio, è il nome della protagonista del film. Il titolo lascia intendere che la storia ci parli di lei ma quando il film è finito possiamo veramente dire chi è Yang Yang? Yang Yang è due. E quindi tutto il film, uno e bino, è improntato alla doppiezza.
Già in apertura, al matrimonio della madre, Yang Yang viene presentata  come per metà francese e metà asiatica. Ancora due parti che compongono l’intero e che influenzano anche la struttura del film, anch’esso diviso in due.

Nella prima parte l’identità di Yang Yang, l’atleta podista, si scompone nelle diverse “ambigue” relazioni col suo ambiente familiare: Yang Yang e la sua affettata relazione con la madre; Yang Yang e il suo nuovo patrigno e personal coach; Yang Yang e la vendicativa sorellastra Xiao-Ru; Yang Yang e  il servile ragazzo di Xiao-Ru, Shawn, che, segretamente innamorato di Yang Yang, compie il suo unico atto di coraggio, confessandole il suo amore. Azione che basta a scatenare l’incidente perchè si azzeri tutto e si volti pagina.

Per ognuna di queste relazioni, Yang Yang è “altra”,  sembra comportarsi diversamente a seconda dell’ “altro” e conformare la sua “identità” alla personalità di chi ha di fronte. Due Yang Yang: una riservata a se stessa e una pubblica per tutti gli altri. Yang Yang è due e tante, e fra tutte, forse nessuna? Lei stessa si esprime  a riguardo quando, ricambiando l’amore di Shawn e consapevole delle ripercussioni familiari, stringe con lui una promessa: “…Per le prossime tre ore…io non sono più Yang Yang, e tu non sei Shawn. Qualunuqe cosa accada sarà come se non fosse mai accaduta. Sei capace di farlo?”. Entrare in comunicazione con i  propri desideri passa forse dall’annullamento di se stessi? Dallo sgretolamento delle proprie maschere? Shawn promette, ma non è capace di tenere “il ruolo”. La situazione familiare diventa insostenibile, Xiao-Ru le boicotta la gara e Yang Yang fugge, cambia città,  ri-diventa “altra”.

Seconda parte.

Se non per qualche collegamento residuale, anche il film qui, diventa “altro”. Grazie all’interesse di Ming-Re, ex studente del college e “talent-manager”, Yang Yang comincia a fare l”attrice”. Le scatole cinesi cominciano ad aprirsi in maniera concentrica: l’attrice che impersona Yang Yang, Sandrine Pinna, è realmente un’attrice euro-asiatica, che a sua volta interpreta il personaggio Yang Yang, metà taiwanese e metà francese e alla quale nel film, nel suo tentativo di intraprendere la carriera cinematografica, viene affidata la parte di una giovane sulle tracce di suo padre europeo.

Nella realtà o nella finzione, non sapremo mai del passato di Yang Yang. Il quadro delle origini paterne non ci verrà completato dei dettagli che ci occorrono a ricomporre le “unità”.  Siamo solo spettatori del dolore dell’ essere “scissi”, a metà, ed è quanto ci basta per capire. Diversamente sarebbe gossip o voyeurismo, come ficcare il naso negli affari altrui. Non è d’altronde necessario, nè forse praticabile,  svelare tutto di sè, rendere a tutti note le proprie “parti”. E’ sufficiente riconoscerle a se stessi, perchè si venga spontaneamente riconosciuti. Al contrario, per quanto ci si sforzi a sotterrarla, provando ad essere qualcun’altro – qual è la vera identità di Yang Yang? – o più discretamente anche solo a non proferirla – Ming-Re rimane ambiguo nel suo rifiuto alle avances di Yang-Yang, perchè? – la nostra vera natura emerge, prima o poi, prepotentemente o meno. E così Yang Yang si arrende alla propria e torna a correre in fine. “Se torni indietro, ricominci tutto da capo” avverte Ming-Re e così avviene.

La questione dell’identità leggibile a livello “caratteriale” non riguarda solo gli aspetti della personalità e dell’individuo. Il lezioso appello  a Ming-Re – rappresentazione di una generazione influenzata dai modelli occidentali patinati – rivolto dal personal coach – incarnazione del modello tradizionale asiatico – ad intraprendere finalmente un lavoro “serio” sembra mettere a confronto due modelli culturali in trasformazione, quello secolare orientale e quello global-centrifugato occidentale. La predilezione pornografica di Shawn per le modelle euro-asiatiche  sembra ironizzare perfino sui canoni estetici ed estendere la “competizione” anche sulla sfera del corpo. La natura meticcia di Yang Yang e la sua collocazione sul campo di gioco, la pista da “corsa”,  non possono fare a meno di dilatarsi e diventare metafore di un’intera area geografica, l’oriente, in “gara” – economica? Culturale? – che, nell’emulazione del modello occidentale, ridiscute la propria “identità” più tesa verso l’appiattimento delle “differenze” che al riconoscimento della propria “alterità”.

Ma Yang Yang si rifiuta di parlare francese, non vuole essere ciò che non è. La sua lotta è avvenuta dentro se stessa e così la ragazza torna ad allenarsi, ricominciando la sua corsa, da sola, ripartendo dai suoi fallimenti, mentre l’alba alle sue spalle, preannuncia un nuovo inizio.

La location privilegiata degli autori del nuovo cinema indipendente è la natura. Attraversata, abitata, abbandonata dietro di sè. Teatro di conflitti, scenario di passioni, luogo di trasformazioni. L’ambiente ideale per sviscerare le tensioni interiori, riconciliarsi col proprio spirito, abbandonarsi all’erotismo.

I due gemelli in Donne-moi la main (di Pascal-Alex Vincent, Francia, 2008)  fuggono di casa all’insaputa del padre in Francia per partecipare ai funerali della madre in Spagna. I due percorreranno a piedi il tragitto imbattendosi in incontri fortuiti e di necessità attraverso sentieri, boschi, campagne e scoprendo ad ogni ulteriore passo le proprie “differenze” a dispetto della propria congenita “similarità”.

La strana coppia di zia e nipote in Domaine (di Patric Chiha, Francia, 2009) sceglierà i parchi e le aree verdi ai margini della città per le passeggiate del week-end e del doposcuola,  dove l’incedere attraverso i cespugli, le fronde e le sterpaglie sulle rive del fiume e fra le montagne, coincide con l’educazione sentimentale e l’iniziazione alla vita dell’adolescente che crescerà sotto l’influsso delle esperienze vissute dalla donna.

La gita fuoriporta dei due amanti nella “Grunewald” berlinese in Light Gradient (di Jan Kruger, Germania, 2009), si rivela l’occasione per esplorare gli aspetti profondi della natura umana non solo nei momenti d’idillio ma anche quando le circostanze si fanno difficili. La foresta diventa lo sfondo fiabesco dove la “lepre” e la “volpe” si perdono a contatto con le proprie zone d’ombra disvelando i “giochi” di ruolo e i pericoli in agguato alla reciproca fiducia.

Non c’è urbanità nelle storie di questi personaggi, se non lasciata alle spalle. Non c’è traccia di traffico, frastuono, tecnologia a distogliere i protagonisti dall’intreccio con i propri mondi interiori. Una contro-tendenza rispetto alla  chiassosa propaganda mediatica main-stream, alla rincorsa agli effetti speciali, all’aggressione del 3D.

Essenzialmente, corpi nello spazio, calati nel verde, a concetrarsi, delocalizzati dagli scenari urbani consueti, sull’insesauribile potenza delle vicende umane.

Donne-Moi la main_Domaine e Light Gradient sono distribuiti in Italia in streaming e download da Atlantide Entertainment per QUEERFRAME.

PERSECUTION di Patrice Cheréau (Francia 2009)

distribuito in Italia da atlantideentertainment.com in homevideo, in streaming su queerframe.tv).

Persecution, rispetto ad Intimacy, dello stesso Patrice Chéreau e Orso d’Oro alla Berlinale 2001, ha una composizione più rarefatta e dai contorni più frantumati. Intimacy era un film dalla struttura più chiusa con un finale piuttosto definito, che era anche l’esito piuttosto amaro e concluso della relazione fra i due amanti “sconosciuti”, che gli appuntamenti sessuali univano, ma che una volta “rivelatisi” non avevano più modo di continuare. Persecution insiste su dinamiche relazionali difficili e sull’incapacità di dialogare. Ma l’impossibilità a comunicare, in Intimacy senza soluzione, qui pare subire una crepa, intrevedere all’orizzonte una possibilità. Daniel (Romain Duris) è un ragazzo irrequieto, molto sicuro di sé ed arrabbiato contro l’indolenza e la sfiducia che affligge le persone intorno a sé. Lui vorrebbe costruire, su basi diverse, più gioiose forse, totalizzanti, incondizionate. Ma la realtà che lo circonda – una fiacca relazione con Sonia (Charlotte Gainsbourg), amici di situazione, incontri sociali d’occasione, legami amicali di convenienza – è uno sfacelo e, come metaforicamente nel suo lavoro, Daniel continua a fatica a “ricostruirne” i pezzi, abbatterne “i muri”, riconsolidarne le fondamenta. E fin qui, gli andirivieni della sua ragazza, l’escalation della crisi di coppia e l’inasprirsi dei suoi rapporti col mondo, non aggiungerebbero nulla di più ad un’iperbole drammatica nella norma, seppur abbastanza sfrangiata e in odore d’attesa. Se non fosse per l’intruso. Un corpo estraneo che attraversa la storia e di cui si avverte la presenza anche quando non c’è. Il persecutore, non è una figura laterale, di appendice, periferica rispetto al corso della storia, ma centrale per comprendere la trama dei rapporti, la chiave di volta che le sorregge. L’uomo ha incrociato Daniel in metropolitana, l’ha solo “guardato”, e dal quel momento lo ha “visto” attraverso, “riconosciuto”, immediatamente “amato”. Nell’eccezionalità che solo le trasposizioni estreme ci permettono di capire e nell’abitudinarietà della nostra esistenza, rare volte in effetti, riusciamo veramente,  a “guardare” gli altri, se non mai. Spesso gli “altri” non sono che le proiezioni del nostro onnipresente egocentrismo, che ci acceca nel cogliere e accogliere il “diverso” da noi. Il “persecutore” ha “guardato”, a fondo, e percepito di Daniel il suo urgente bisogno di aprirsi, comunicare, essere ascoltato. Il ragazzo lo rifiuta, lo scaccia, l’insulta, lo picchia ma vinte le resistenze, compresso dal peso di ciò che non riesce ad esprimere, a lui si affida e si racconta. C’è qualcosa di alchemico che per un certo spazio-tempo unisce le persone e che poi senza un vero perché sfuma. Isolarsi è fonte di sofferenza così come anche trattenere a se, malgrado la volontà (chi sarebbe dunque il vero persecutore?). L’immersione di Daniel nella città e la sua persistente camminata nella notte, prossima al giorno, suggeriscono la resa al mistero e il rilancio nel flusso.